Nov 13 2015

 

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A cura della dr.ssa Cristina Pesce, psicologa-psicoterapeuta. Consulente per Cooperativa Titoli Minori

Il mondo interiore di ogni persona, adulto, o bambino che sia, contiene una ricchezza di sfumature dettata da tutte le sensazioni e le emozioni, che si provano continuamente durante la giornata. Spesso gli stati d’animo meno piacevoli sono vissuti come sbagliati, negativi o “da evitare”, sia per noi, che per i nostri figli. In un recente incontro con dei genitori sul tema della rabbia, alla domanda “cos’è la rabbia per te?”, la maggior parte ha risposto “un’esperienza che è meglio non vivere”. Le ricerche evidenziano invece come tutte le emozioni, anche quelle meno piacevoli, sono funzionali allo sviluppo di quella che viene definita l’ “intelligenza emotiva”. Già il neonato, nell’impossibilità di raggiungere un oggetto, vive uno stato di frustrazione, che si complessifica nell’emozione di vera e propria rabbia nel passaggio dal primo al secondo anno di vita, davanti, ad esempio, ai “no” dell’adulto. Durante la crescita i bambini hanno bisogno di sperimentare continuamente i propri imiti e possibilità, la conseguenza è la rabbia, naturale espressione di questo processo di sviluppo. Le risposte a queste esperienze del bambino punitive, svalutative, o con frasi come: “Non ci si arrabbia per queste cose...”; o “non devi arrabbiarti” , sono un messaggio che quello che sta provando è sbagliato e che quindi anche lui è sbagliato! Questo non significa che ogni comportamento sia tollerato o da accettare, ma ogni emozione, proprio perché è qualcosa che nasce dal nostro mondo interiore, ha sempre il diritto di esistere! Ecco che davanti a una manifestazione di collera, la risposta dovrebbe essere accogliente per quanto riguarda lo stato d’animo “capisco che sei arrabbiato...” ; e allo stesso tempo educativa rispetto le azioni che ne conseguono: “ anche se sei arrabbiato questo non è un comportamento da tenere...”. Il messaggio in questo modo diviene: non sei tu che sei sbagliato, non è la tua emozione che è 
sbagliata, ma , al limite, è questo tuo comportamento non appropriato! Anche la paura è un’esperienza naturale, con funzione protettiva. È percepita dal bambino sin dai primi mesi di vita in una forma primaria, quando, ad esempio, la mammà scompare dal proprio campo visivo; verso il settimo mese si manifesta la “paura dell’estraneo”, nel momento in cui il bambino riconosce che alcuni volti non sono familiari; dopo il primo anno di vita emergono le paure legate alla separazione. Le paure si ripresentano naturalmente più volte nel corso dello sviluppo, specialmente nelle fasi di transizione, di passaggio ( paura della nuova scuola, o di dormire da solo) e vanno attraversate, non evitate. Può essere d’aiuto, per far comprendere ai bambini questa cosa, usare immagini simboliche, ad esempio: “ facciamo finta che la tua paura sia un sassolino: mettiamo questo sassolino dentro la tua tasca e con questo sassolino in tasca proviamo ad andare a scuola, o nel tuo lettino; vediamo se il sassolino diventa più piccolino, se sparisce, oppure se ci dimentichiamo che è lì!”. Se guardiamo a ogni turbamento dei nostri figli come a delle opportunità di crescita emotiva, questi momenti possono diventare di profonda vicinanza, in cui li accompagniamo a superare sensazioni meno gradevoli, per diventare più forti e sicuri. Alcuni passi necessari possono essere: - Accogliere ogni emozione del bambino senza negarla, svalutarla o minimizzarla. - Aiutare i nostri figli a dare un nome allo stato d’animo che stanno vivendo. - Accettare quello che in noi può suscitare una reazione di rabbia, paura, tristezza di un bambino ( ad esempio collera, frustrazione , preoccupazione, disagio ecc...), senza giudicarci per questo. - Chiederci che genitore vorremmo essere per i nostri figli (ad esempio amorevoli, comprensivi, attenti ecc..) per rispondere con azioni coerenti con questa nostra idea. Per riportarli, grazie alla nostra presenza, alla serenità.